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Roberto Anglisani
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Dicono de Il Minotauro…

“Eolo” – Rivista di teatro – 25 settembre 2020

Questa rivisitazione del mito del Labirinto, costretta come molte altre produzioni ad un labirintico percorso ad ostacoli dalle vicende legate al Covid, tra un debutti cancellati e l’opportunità di vedere la luce offerta dalla Biennale romagnola, si avvale della regia di Maria Maglietta con la quale Anglisani ha instaurato una collaborazione ormai decennale. Lo spettacolo è un compendio di saperi e di tecniche della Narrazione di cui Roberto – unico interprete in scena accompagnato dalle delicate transizioni di sfondi realizzati in video proiezione da Mirto Baliani – è un maestro riconosciuto, qui alle prese con alcune notevoli innovazioni. Prima di tutto la scommessa di un racconto in versi, fedele nella forma all’ispirazione letteraria. Il passo poetico marca gli accenti della storia d’amicizia tra Icaro e Asterione, un Minotauro che si svela sì bestiale ma anche fragile e incompreso, diverso ma altèro e consapevole del suo destino, quasi votato al martirio; abbiamo sempre letto il mito del Minotauro come un apologo della feralità sconfitta dall’astuzia umana. Anglisani ce lo racconta diversamente, lasciando spiccare un’evidenza tra tutte: Asterione è il prodotto dell’uomo, del ventre di sua madre Pasifae, del Labirinto/prigione in cui vive; è umanissimo e toccante. Nel corso della narrazione l’ipnotico flusso musicale del verso si interrompe solo per restituire vivaci dialoghi. Icaro si affanna al palazzo di Minosse in cerca di Arianna per comunicarle che suo fratello è in pericolo, trova invece la balia; un personaggio marginale in cui si riversa tutta la precisione e il divertimento del narratore che con poche parole ne ha perfettamente delineati i tratti e colorata la comica figura. Ancora, in un momento poetico e per questo meritevole di attenzione e maggior peso drammaturgico nell’economia dello spettacolo, Icaro pronuncia un accorato discorso funebre per l’amico Asterione, rimasto vittima di un Teseo furioso più che eroico. Il mito si ribalta, si problematizza e si risolve su altre strade poco conosciute, ad esempio nella vulgata di Arianna che cerca di salvare il fratello senza riuscirvi. La tradizione si rinnova e rinverdisce. Da allievo, tra le cose che ho imparato da Roberto c’è il rispetto scrupoloso di un canone della Narrazione, l’utilizzo della terza persona che permette il distacco, di non farsi risucchiare dai propri personaggi per mantenere salde le redini del racconto. La sperimentazione mitica de Il Minotauro invece abbandona questa sicurezza e si lancia in un nuovo equilibrio; è infatti Icaro a raccontare l’intera storia a sua madre, in un espediente che ci restituisce il portato emozionale della storia e che comporta alcuni inevitabili funanbolismi tra le corde del ricordo e della commozione. Anglisani crea immagini vivide da parole vive; vedere un maestro all’opera è sempre uno spettacolo. 

GIULIO BELLOTTO 


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