Dicono di Giobbe…
A proposito di Giobbe di Roberto Anglisani
Davvero commovente il Giobbe di Joseph Roth proposto al teatro civico di Chivasso dall’attore Roberto Anglisani nell’adattamento teatrale di Francesco Niccolini. Stupefacenti anzitutto due cose. La prima: la capacità sintetica del Niccolini, il quale è riuscito con maestria a ridurre quel meraviglioso romanzo dello scrittore ucraino-austriaco, nel quale si condensano una molteplicità poliedrica di vicende che riflettono in parte la vita di Roth vissuta quasi da “ebreo errante”. La seconda: l’abilità narrativa dell’attore, il quale ha saputo raccontare l’essenza di ogni singolo personaggio, prestando ad essi la voce e adattandovi l’inflessione tonale, senza mai cadere nel banale e nel ridicolo. Anche perché la storia che egli raccontava, pur riguardando persone umili e semplici come Mendel Singer – ulteriore pseudonimo di Giobbe, che nel testo sacro viene presentato come ‘ish tam veiashàr, uomo integro e retto –, tratta in realtà di una tragedia, ossia della banalità attraverso cui si insinua e si manifesta non solo il tragico e il male, ma anche la dolorosa insensatezza dell’esistenza.
Sia Giobbe di Uz, sia Mendel Singer di Zuchnov, infatti, sono la simbolica attestazione del fatto che dinanzi alle dure prove che la vita riserva, l’uomo è tentato di negare un senso a ciò che invece, seppure difficile a vedersi, un senso ce l’ha e come. Sono la rappresentazione del tentativo di voler ridurre e ricondurre, anche inconsapevolmente, il senso solo all’umano e non al divino, come se la dimensione del senso dipendesse solo dall’agire dell’uomo, ossia da un agire calcolabile e programmabile e non anche invece dall’intervento miracoloso del divino o del divino caso. In fondo, malgrado la loro pur evidente e persino ostentata sottomissione al Signore, nonostante il loro timore e tremore dinanzi a Dio, i loro “perché?” – Làmmah? Maddùa?’ – innalzati dai due sventurati come suppliche al loro Signore non esprimono altro che questa specie di hýbris ferita, ossia l’arroganza umana che si vede di punto in bianco privata della propria (illusoria) autorità in merito alla costituzione del senso.
Sia il dramma biblico sia la ripresa rothiana di esso, con modalità e con efficacia differenti, sono la drammatizzazione di questa specie di pólemos, di contesa sul senso: una drammatizzazione che gioca narratologicamente sulla possibilità del miracoloso e del sorprendente, capace di umiliare l’uomo (che è humus, polvere e cenere, è terra, adamàh) e di persuaderlo, malgrado la sua ostinata protervia, circa il fatto che non tutto dipende dalla volontà umana, e che quanto c’è di più importante per lui, vale a dire la sua vita e la sua morte, dipende sempre da altro.
Certo, sia Giobbe sia Mendel Singer sono profondamente devoti al Signore: la loro vita e la loro morte sono quotidianamente rimesse nelle sue mani. Ma in virtù di questa assoluta devozione essi, ragionando con l’unica logica di cui possono disporre, ossia quella umana, che è quella del do ut des, del dare per avere, si aspettano con una certa pretesa che Dio li tratti diversamente dagli altri che sono meno fedeli di loro. Quanto meno, dopo l’abbattimento su di essi dello spaventoso inatteso, dell’incalcolabile, dell’imprevedibile, insomma del disumano, essi si attenderebbero che Dio si abbassasse verso di loro e spiegasse per filo e per segno i motivi di cotanta durezza, mostrasse loro dove esattamente e cartesianamente hanno sbagliato per meritare questo castigo, questa pena insoffribile, questa assurda prova. Come se l’essere umano, gettato in un mondo in cui tutto è destinato alla consunzione, potesse con i suoi pharmakoi, con i suoi cataplasmi medicamentosi sempre più efficaci, sfuggire alla distruzione e all’annientamento. Eppure, non si avvede l’uomo che la vita altro non è che un diuturno sfuggire alle grinfie della morte? Non si accorge Giobbe che molti dei miserabili che tenta di salvare scompaiono nel nulla? Eppure egli, secondo il Job di Fabrice Hadjadj, non sembra essere così ipocrita come i suoi amici. E poi, non si rende conto Mendel di quanto egli sia debole e impotente di fronte al destino dei suoi figli e di Menuchim in particolare? Egli infatti non ha la forza dell’Abdia (altro nome per Giobbe) di Adalbert Stifter né quella di sua moglie Deborah, non sa comprendere la saggezza della femme de Job nella pièce di Andrée Chedid. La speranza è l’ultima a morire: questo ci trasmette il mito giobbico, specie nella bella e luminosa versione di Joseph Roth. Il messaggio che esso ci tramanda, pur in quest’epoca della post-verità e dell’assenza del divino, ribadisce un principio che sembra essere inscritto nel dna dell’uomo, un principio che, proprio per questo, la dura realtà satanica non riesce a smontare e a cancellare, non riesce a farla passare come una fake news: il principio della necessaria priorità del negativo, secondo cui il senso si può rivelare all’uomo solo nel e attraverso il dolore.
Franco Di Giorgi
ALTRE VELOCITÀ REDAZIONE INTERMITTENTE SULLE ARTI SCENICHE CONTEMPORANEE – Nel cuore di un uomo: Giobbe. Storia di un uomo semplice
Roberto Anglisani con gli occhi ancora pieni di immagini torna in scena, sul palco del Teatro
Masini di Faenza, ad accogliere la cascata di applausi per Giobbe. Storia di un uomo semplice,
già vincitore del Premio Teatri del Sacro 2017. Ringrazia Joseph Roth per lo splendido romanzo
dal quale lo spettacolo è tratto e ringrazia Francesco Niccolini, senza il quale quel romanzo non
sarebbe mai diventato una narrazione. Anglisani ha tra le mani un cappello nero, lo stesso che
indossa all’inizio dello spettacolo, quando prima di accomodarsi con convinzione sulla sua sedia
di narratore esita a lungo, si volta indietro come vinto dal desiderio di rinunciare. Alla fine si fa
coraggio: raccontare diventa un’urgenza che va al di là del timore di rinnovare la sofferenza, e
prende posto. Ripone a lato della sedia quel cappello, il nostro legame concreto con il racconto
che di lì a poco Anglisani lascerà fluire come una storia segreta. Una di quelle storie che si
raccontano in famiglia dopo anni di misterioso silenzio, quando all’improvviso qualcuno, come
se stesse aspettando quel momento da una vita, comincia: «Si chiamava Mendel Singer. Era un
uomo insignificante». Queste sono le prime parole che Joseph Roth spende per il protagonista
del suo romanzo.
Mendel è un uomo qualunque, un maestro estremamente devoto al Signore, povero e di poche
pretese. La moglie Deborah lo considera uno stupido maestro di stupidi bambini. La drammaturgia
di Francesco Niccolini, concisa e profonda, tratteggia la figura di Mendel Singer a partire da questedescrizioni che si realizzano nel corpo stesso del narratore. Anglisani è pesante sulla sua sedia, si
curva sotto i colpi del destino, sopporta il peso del dolore e quello della gioia, si fa piccolo insieme
a Mendel Singer, impaurito e spaesato in un mondo di giganti che incombono su di lui con le loro
gioie e le loro fortune. Hanno larghi sorrisi e il busto eretto, pregano e per questo sono
ricompensati. Mendel, invece, è stato dimenticato da Dio, punito nonostante sia un giusto. La
moglie Deborah, alla quale Anglisani conferisce un carattere preciso e riconoscibile dal gesto della
mano secco e minaccioso, ammonisce la sua arrendevolezza ricordandogli che nelle Scritture non si
legge solo «contro la volontà del cielo non c’è volontà che tenga», ma anche «aiutati che Dio
t’aiuta». Mendel però non ascolta e impedisce al figlio minore di ricevere le cure necessarie perché
«non c’è dottore che lo possa guarire se Dio non vorrà». Mendel non ascolta e se non fosse stato per
sua moglie Deborah il loro secondogenito sarebbe partito per la guerra e non per l’America. Mendel
pensa che nessuna sfortuna il Signore gli abbia risparmiato: il figlio minore, Menuchim, è malato,
gli altri due, Jonas e Schemarjah, troppo sani per evitare la leva, e Mirjam, bellissima, «va con i
cosacchi» e per questo rende necessaria la partenza di tutta la famiglia per l’America, perché «una
sventura ci pende sulla testa se restiamo». Il tempo passa, le disgrazie non cessano. Mendel al
culmine della disperazione, mette in discussione la giustizia divina, si convince che Dio «solo i
deboli ami annientare». Mendel vuole «bruciare Dio». Un atto estremo di protesta che nasconde il
desiderio più profondo di ricevere un segno che lo rassicuri.
Anglisani riesce a mostrarci Mendel Singer con grande delicatezza, interpretandone la fragilità,
l’insicurezza, la rassegnazione, i mutamenti. Molti altri personaggi vediamo prendere corpo sotto i
nostri occhi grazie all’abilità di un grande narratore che ci accompagna in un altrove immaginato
per sé e per noi; ma la potenza di questa narrazione sta nella capacità di Anglisani di coincidere con
il protagonista, al punto che, pur distinguendo ogni singolo personaggio, abbiamo l’impressione di
ascoltare solo la voce di Mendel Singer, che condivide con noi la sua storia, per l’ultima volta,
prima di ricominciare a vivere dopo la riappacificazione con Dio. A questo punto si fa subito chiaro
il legame con il giusto Giobbe delle Scritture, che messo alla prova dal Signore ha l’opportunità di
lasciarsi alle spalle il dolore e di recuperare tutti gli anni passati nella sofferenza. E come Giobbe
Mendel, attraverso un dialogo con gli amici, si interroga sulla giustizia divina e non trova macchia
nella sua anima che possa giustificare una così grande punizione. È questo un momento molto
toccante dello spettacolo. Anglisani riesce a dipingere la scena di un lugubre interno di una povera
casa in cui si prova a sviscerare un mistero profondo: quattro voci si fanno fitte intorno al povero
Mendel, che continua a rimpicciolire, è ormai un guscio vuoto, senza fede, senza desideri, senza
luce. I gesti del narratore si fanno lenti, le mani sono intrecciate sul cuore, come per sostenerlo. Una
musica salverà Mendel, una musica nota più alle sue viscere che alle sue orecchie. Il miracolo sta
per compiersi.
Francesco Niccolini lascia emergere i tratti salienti di un romanzo ricco e complesso grazie a una
drammaturgia che, sostenuta dalla narrazione di Anglisani giusta, misurata e traboccante di
immagini, riesce a parlare ai nostri dubbi, alle nostre debolezze, ai nostri paradossi. Il Mendel che
vediamo alla fine è un uomo diverso, finalmente maturo. Un uomo capace di ripercorrere la sua
storia e di condividerla. Anglisani recupera il suo cappello nero ed esce lasciandoci con un carico di
emozioni e di riflessioni sul nostro rapporto con la vita. Una storia dolorosa quella di Mendel
Singer, eppure aleggia una sensazione dolce che solo l’intuizione di una speranza riesce a restituire:
esistono tante vite in una sola vita, ma per poterne conoscere le possibilità non resta che fare la cosa
più semplice e più complicata di sempre: continuare a vivere, sopportando il peso del dolore e il
peso della gioia.Nella Califano
Faenza, 2019
Roberto Anglisani con gli occhi ancora pieni di immagini torna in scena, sul palco del Teatro Masini di Faenza, ad accogliere la cascata di applausi per Giobbe. Storia di un uomo semplice, già vincitore del Premio Teatri del Sacro 2017. Ringrazia Joseph Roth per lo splendido romanzo dal quale lo spettacolo è tratto e ringrazia Francesco Niccolini, senza il quale quel romanzo non sarebbe mai diventato una narrazione. Anglisani ha tra le mani un cappello nero, lo stesso che indossa all’inizio dello spettacolo, quando prima di accomodarsi con convinzione sulla sua sedia di narratore esita a lungo, si volta indietro come vinto dal desiderio di rinunciare. Alla fine si fa coraggio: raccontare diventa un’urgenza che va al di là del timore di rinnovare la sofferenza, e prende posto. Ripone a lato della sedia quel cappello, il nostro legame concreto con il racconto che di lì a poco Anglisani lascerà fluire come una storia segreta. Una di quelle storie che si raccontano in famiglia dopo anni di misterioso silenzio, quando all’improvviso qualcuno, come se stesse aspettando quel momento da una vita, comincia: «Si chiamava Mendel Singer. Era un uomo insignificante». Queste sono le prime parole che Joseph Roth spende per il protagonista del suo romanzo.
Mendel è un uomo qualunque, un maestro estremamente devoto al Signore, povero e di poche pretese. La moglie Deborah lo considera uno stupido maestro di stupidi bambini. La drammaturgia di Francesco Niccolini, concisa e profonda, tratteggia la figura di Mendel Singer a partire da queste descrizioni che si realizzano nel corpo stesso del narratore. Anglisani è pesante sulla sua sedia, si curva sotto i colpi del destino, sopporta il peso del dolore e quello della gioia, si fa piccolo insieme a Mendel Singer, impaurito e spaesato in un mondo di giganti che incombono su di lui con le loro gioie e le loro fortune. Hanno larghi sorrisi e il busto eretto, pregano e per questo sono ricompensati. Mendel, invece, è stato dimenticato da Dio, punito nonostante sia un giusto. La moglie Deborah, alla quale Anglisani conferisce un carattere preciso e riconoscibile dal gesto della mano secco e minaccioso, ammonisce la sua arrendevolezza ricordandogli che nelle Scritture non si legge solo «contro la volontà del cielo non c’è volontà che tenga», ma anche «aiutati che Dio t’aiuta». Mendel però non ascolta e impedisce al figlio minore di ricevere le cure necessarie perché «non c’è dottore che lo possa guarire se Dio non vorrà». Mendel non ascolta e se non fosse stato per sua moglie Deborah il loro secondogenito sarebbe partito per la guerra e non per l’America. Mendel pensa che nessuna sfortuna il Signore gli abbia risparmiato: il figlio minore, Menuchim, è malato, gli altri due, Jonas e Schemarjah, troppo sani per evitare la leva, e Mirjam, bellissima, «va con i cosacchi» e per questo rende necessaria la partenza di tutta la famiglia per l’America, perché «una sventura ci pende sulla testa se restiamo». Il tempo passa, le disgrazie non cessano. Mendel al culmine della disperazione, mette in discussione la giustizia divina, si convince che Dio «solo i deboli ami annientare». Mendel vuole «bruciare Dio». Un atto estremo di protesta che nasconde il desiderio più profondo di ricevere un segno che lo rassicuri.
Anglisani riesce a mostrarci Mendel Singer con grande delicatezza, interpretandone la fragilità, l’insicurezza, la rassegnazione, i mutamenti. Molti altri personaggi vediamo prendere corpo sotto i nostri occhi grazie all’abilità di un grande narratore che ci accompagna in un altrove immaginato per sé e per noi; ma la potenza di questa narrazione sta nella capacità di Anglisani di coincidere con il protagonista, al punto che, pur distinguendo ogni singolo personaggio, abbiamo l’impressione di ascoltare solo la voce di Mendel Singer, che condivide con noi la sua storia, per l’ultima volta, prima di ricominciare a vivere dopo la riappacificazione con Dio. A questo punto si fa subito chiaro il legame con il giusto Giobbe delle Scritture, che messo alla prova dal Signore ha l’opportunità di lasciarsi alle spalle il dolore e di recuperare tutti gli anni passati nella sofferenza. E come Giobbe Mendel, attraverso un dialogo con gli amici, si interroga sulla giustizia divina e non trova macchia nella sua anima che possa giustificare una così grande punizione. È questo un momento molto toccante dello spettacolo. Anglisani riesce a dipingere la scena di un lugubre interno di una povera casa in cui si prova a sviscerare un mistero profondo: quattro voci si fanno fitte intorno al povero Mendel, che continua a rimpicciolire, è ormai un guscio vuoto, senza fede, senza desideri, senza luce. I gesti del narratore si fanno lenti, le mani sono intrecciate sul cuore, come per sostenerlo. Una musica salverà Mendel, una musica nota più alle sue viscere che alle sue orecchie. Il miracolo sta per compiersi.
Francesco Niccolini lascia emergere i tratti salienti di un romanzo ricco e complesso grazie a una drammaturgia che, sostenuta dalla narrazione di Anglisani giusta, misurata e traboccante di immagini, riesce a parlare ai nostri dubbi, alle nostre debolezze, ai nostri paradossi. Il Mendel che vediamo alla fine è un uomo diverso, finalmente maturo. Un uomo capace di ripercorrere la sua storia e di condividerla. Anglisani recupera il suo cappello nero ed esce lasciandoci con un carico di emozioni e di riflessioni sul nostro rapporto con la vita. Una storia dolorosa quella di Mendel Singer, eppure aleggia una sensazione dolce che solo l’intuizione di una speranza riesce a restituire: esistono tante vite in una sola vita, ma per poterne conoscere le possibilità non resta che fare la cosa più semplice e più complicata di sempre: continuare a vivere, sopportando il peso del dolore e il peso della gioia.
Giobbe e’ un romanzo sublime di Joseph Roth e la riduzione in scena al Parenti con Roberto Anglisani e’ da non perdere. Tempo fino all’8 maggio. Da anni aspettavo che qualcuno pensasse a questo libro meraviglioso. Grazie anche a nome di mia madre che mi aveva suggerito la lettura del suo Roth preferito.
Maurizio Porro, giornalista (24 aprile 2022)
Grazie a Mauro Gaffuri che lo ha visto per primo e me lo ha segnalato con slancio! Profondamente commossa da uno spettacolo imperdibile, Giobbe, tratto dal romanzo di Joseph Roth. Purtroppo per chi non lo ha visto, ma per il meritatisssimo successo di Roberto Anglisani, che interpreta in un monologo Mendel, il protagonista, c’è il tutto esaurito. Dovessero riproporlo, non perdetelo. Per una di quelle meravigliose e rare alchimie, attore e personaggio sembrano condividere una purezza d’animo cristallina. Basti pensare che nella saletta più intima del teatro Franco Parenti, quanto mai adatta a partecipare ai drammi di Mendel, in due diversi momenti squilla un cellulare molesto, sempre lo stesso. La seconda volta tutti quanti avremmo ucciso a mani nude la signora imbecille incapace di spegnerlo. Anglisani invece scherza paziente, capisce che deve smorzare anche la nostra, di rabbia, per farci tornare nella “storia di un uomo semplice” di Joseph Roth. E ci riesce. Ho amato questo testo da quand’ero ragazzina. Tutte le sventure del mondo si abbattono su Mendel, e lo seguono dal piccolo villaggio al confine tra Russia e Polonia fino a New York. Fino a quando, del tutto inaspettatamente, si addormenterà per riposarsi dal peso della felicità e della grandezza dei miracoli
Dora Markus, giornalista (6 maggio 2022)
LA PAZIENZA DI UN GIOBBE MODERNO
Sono uscito dal Teatro Franco Parenti di Milano colmo di gratitudine, dopo aver assistito a questo “Giobbe – Storia di un uomo semplice”, una riduzione esemplare per la scena dal romanzo di Joseph Roth. L’attore Roberto Anglisani, a me finora sconosciuto, è un prodigio. Nel suo monologo inanella – attraverso la grazia di una memoria formidabile – un’interpretazione intensa con una profondità coinvolgente. Uno spettacolo sobrio, semplice, povero, ma ricchissimo di suggestioni. Da non perdere, anche per la sua unicità.
Seduto solitario su una seggiola, in una micro-stanza teatrale che si mostra così intima da spingere alla massima concentrazione, in un silenzio assoluto (rotto da due interventi musicali, all’inizio e alla fine) dove risuona potente la voce del narratore orale, Anglisani ipnotizza gli spettatori con la sola forza delle parole, che appartengono a Roth, ma sono anche dovute alla suprema abilità di Francesco Niccolini nell’adattare il romanzo per la scena.
Vengono raccontate le vicende di Mendel Singer, modesto maestro di preghiera ebraica e di approccio alla Bibbia per i suoi piccoli alunni, ebrei come lui e come Roth, «uno stupido maestro di stupidi bambini», secondo la moglie Deborah, esasperata dagli scarsi guadagni della professione del marito, insufficienti a sostentare una famiglia di quattro figli.
Com’è mio dovere, ho cercato notizie su Anglisani (classe 1955), e ho scoperto così che anche la sua formazione d’attore è originale, non accademica, avvenuta inizialmente nell’ambito del cosiddetto “terzo teatro”. Tutto si svolge a Milano. Comincia presso la Comuna Baires nel 1977, dove viene iniziato al metodo Stanislavskij di recitazione, partecipa a stage con Jerzy Grotowski, frequenta la scuola di Raul Manso, con la quale continua a collaborare. Dal 1985 per alcuni anni studia a New York con Dominic De Fazio all’Actors Studio, poi si perfeziona alla Scuola di Animazione del Piccolo Teatro milanese. Si specializza, quindi, in narrazione orale, nell’espressione della quale in “Giobbe” dimostra l’alto livello raggiunto. Nel suo repertorio c’è anche il teatro per ragazzI, sviluppato in sodalizio con Maria Maglietta, che ha ottenuto premi e successi in Italia e all’estero.
Meditate, gente, seriamente meditate, di non perderlo, se siete a Milano o se lo scoverete in tournée.
Mauro Gaffuri, giornalista (28 aprile 2022)
Sono appena uscito da una piccola sala del teatro Franco Parenti di Milano. Gremita, con sedie aggiunte, e lo spettacolo avrà una replica in più, visto che il passa parola – tam tam urbano in grado di richiamare pubblico – è riuscito laddove le cronache teatrali dei giornali cittadini, ormai sempre più ristrette per ragioni che qui sarebbe lungo spiegare, si sono distratte. L’attore che vedete, in attesa di cominciare il monologo, è il bravissimo Roberto Anglisani; lo spettacolo è “Giobbe, storia di un uomo semplice”, dal racconto che Joseph Roth, un gigante della letteratura mitteleuropea, scrisse nel 1930, adattato e diretto da Francesco Niccolini. Stavo per perderlo, questo spettacolo, non fosse che l’amico Mauro Gaffuri (un palato esigentissimo) me lo ha suggerito. Una sedia, un uomo che dà voce ai protagonisti della storia, come tutte quelle di Roth affondata nella realtà del mondo ebraico tra Russia, Impero Absburgico, Polonia, Ucraina (ma c’è anche New York, dove il protagonista, umile insegnante di pagine bibliche, approda, strappato alle sue tormentate terre da ciò che egli crede la “ferocia di Dio”). Non avevo mai visto in scena Anglisani; avevo letto, molti anni fa, il libro di Roth, però ne ricordavo poco o nulla. Sono contento che Giobbe mi sia riapparso, un fiore raro del teatro che ha un effetto benefico, oserei dire miracoloso (e chi andrà a vederlo capirà perché utilizzo un termine così inconsueto, quasi scandaloso). Buona notte.
Antonio Bozzo, giornalista (3 maggio 2022)
GIOBBE IN SALA, UNA COMUNITÀ CHE CONDIVIDE IL DOLORE, 09/05/2022
È stato bello assistere all’ultima replica di Giobbe al Teatro Parenti di Milano, domenica 8 maggio, perché, oltre a godere di uno spettacolo di rara intensità magnificamente interpretato da Roberto Anglisani, è stata l’occasione per condividere alcune riflessioni che svelano il senso più profondo del teatro stesso.
Giobbe è tratto dall’indimenticabile romanzo di Joseph Roth (lo si trova nelle edizioni Adelphi) e racconta la storia – una storia semplice, suggerisce il sottotitolo dello spettacolo – di un uomo umile, un ebro che vive in un villaggio in Polonia, dove insegna ai bambini la Bibbia. Ha una moglie e quattro figli, l’ultimo dei quali è segnato da una grave malattia, che gli impedisce di parlare e camminare. Come il personaggio biblico, il protagonista attraverserà mille prove e la sua fede verrà duramente sfidata, trovando però un senso, nell’epilogo, anche alle esperienze più dure.
Al termine di una ventina di repliche che, grazie al passaparola, vedevano il pubblico farsi sempre più numeroso, tanto da rendere necessaria l’aggiunta di sedie nella sala, Anglisani ha tracciato un bilancio di questa bellissima avventura, sottolineando che ad attirare le persone in sala era l’identificazione con il dolore del protagonista e la sua condivisione con gli altri, in una dimensione comunitaria. Nella vicenda estrema di Mendel, insomma, ciascuno trova un pezzo della sua personale vicenda (il tema delle fede, ma anche della paternità e della malattia sono centrali) e anche della vicenda collettiva (pandemia e guerra sono solo gli ultimi esempi di ciò che si intende). E prendendo spunto da un telefonino che aveva squillato durante lo spettacolo, l’attore ha spiegato che il teatro deve il suo potere grazie al fatto che parla della nostra vita portando lo spettatore in un mondo immaginario, attraverso una storia, anch’essa immaginaria. E in quella dimensione immaginaria l’esistenza si svela con una lucidità soprendente.
È il miracolo della finzione che è più vera del vero, del teatro che – in quanto rappresentazione – scava nel reale più di quanto sappia farla qualsiasi riproduzione, anche la più mimetica. E in questa condivisione silenziosa si costruisce una comunità, un sentire comune, un patrimonio di sentimenti e valori: ciò di cui la nostra società ha urgente bisogno.
Va elogiata l’intuizione del Teatro Parenti di aver dato spazio e visibilità a uno spettacolo che gira con successo l’Italia da alcuni anni: un bel modo per festeggiare 50 anni di arte e spettacolo.
Paolo Perazzolo





