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Roberto Anglisani
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Dicono di Giovanni Livigno…

RECENSIONE DI “GIOVANNI LIVIGNO. BALLATA PER PICCIONE SOLISTA” – Rassegna teatrale Confini 9° edizione – Borgomanero, 23 giugno 2012.

Sabato 23 giugno si è svolto a Borgomanero lo spettacolo “Giovanni Livigno – Ballata per piccione solista”, all’interno della rassegna Confini 9° edizione dell’associazione Confini Liberi di Borgomanero. La location prescelta è quella da far lievitare da sola il tasso di emozione. Siamo in Villa Marazza, casa del padre costituente e benefattore Achille Marazza. Ma non ci troviamo nel cortile anteriore, ampio e fastoso, siamo in quello posteriore, un piccolo gioiello che diresti messo dietro per non essere sciupato. Una rampa di scale in pietra che si divide in due per raggiungere le eleganti balconate, le suggestive finestre che osservano da stanze silenziose, le viti che crescono arrampicate sopra fili in equilibrio quasi a proteggere il cortile, le luci delle candele, e poi il cielo… quello grigio e nero che ti sorprende insieme al temporale nelle sere d’estate e poi scappa via lasciandosi alle spalle il blu limpido che piano piano diventa notte. Lo spettacolo è iniziato con circa mezz’ora di ritardo, ma nessuno si è lamentato. Tutti, pubblico, organizzatori e attore, hanno pazientemente atteso che il cielo prendesse i suoi tempi per rendere ancora più memorabile quella serata.

Roberto Anglisani è un attore. Anzi, ad essere più precisi è una narratore, uno di quelli che non hanno bisogno delle scenografie o degli oggetti di scena per farti vedere le cose. Lui te le racconta e tu le vedi. Le immagini, per la verità, ma è la stessa cosa. Ha partecipato a festival in diversi continenti, ha calcato le scene di teatri prestigiosi, ha vinto premi, ma, soprattutto, ha fatto sognare migliaia di persone. E solo con la sua voce e le sue parole. Sabato sera, per esempio, oltre un centinaio di persone, arrivate sì da Borgomanero ma addirittura da Province e Regioni vicine, hanno sognato. Hanno sognato le vicende di uno strano piccione, un volatile forse all’apparenza poco nobile ma con tutte le credenziali per essere unico e soprattutto felice. Hanno ascoltato la sua storia divertente e struggente, e si sono immedesimati. Hanno volato con lui nei cieli di Milano, dalla difficile periferia alla maestosa piazza Duomo, e hanno combattuto le sue battaglie, quelle per la sopravvivenza e quelle più ardite per la creazione del proprio destino. Un centinaio di persone, dicevo, si sono immedesimate in quella storia solo all’apparenza così distante, perché in fondo raccontava di ognuno di noi, delle nostre ambizioni, le nostre paure, le nostre possibilità. Abbiamo rivisto nelle buffe peripezie aeree di Giovanni Livigno i nostri terreni tentativi di vivere in equilibrio tra i desideri, la famiglia, gli amici, i primi amori, le difficoltà, la morte di una persona cara, la voglia di riscatto, la paura del fallimento, e il bisogno di dare un valore alla nostra esistenza. Tutto questo dentro i confini di un’ora di spettacolo, dentro i confini del cortile di una villa storica, dentro i confini blu di un cielo nero, e nell’immensità della nostra fantasia lasciata libera di evadere grazie alla voce di un attore che ci ha donato un segreto lasciapassare. 

Quello di sabato è stato uno spettacolo straordinario, ma soprattutto ha messo in luce come non mai l’anima della rassegna Confini. In un luogo bellissimo si sono incontrate delle persone, una di loro aveva una storia da raccontare, le altre il desiderio di ascoltarla. Ognuno ha partecipato con la propria fantasia ad accrescerne il valore, donandole quei particolari che sono custoditi solo nella memoria della propria vita. Si è respirato un’aria serena. Si è riso e si è riflettuto. E alla fine si sono battute le mani per ringraziare di tutto questo, e al battere delle mani è come se ci si risvegliasse da un sogno, ma senza rimpianti e nemmeno nostalgia, perché è un sogno di cui abbiamo tutti trovato la strada.

“Il sogno di Giovanni Livigno”  –  “L’Unità”

Giovanni Livigno è un piccione “come quelli che in città si vedono dappertutto, come quelli che i bambini piccoli imparano a conoscere come uccelli, come quelli  dimenticati persino dalla Trudi che ha riprodotto in peluche tutti gli animali del mondo, tranne i piccioni.” Giovanni Livigno vuole volare, non per mangiare come gli diceva sempre sua madre, lui no, vuole volare perché questo è il suo sogno e ai sogni  non si può rinunciare. Giovanni vive in periferia a Milano, con i suoi amici di sempre: Alex, diminutivo di Alessio, il capo, magro e aggressivo, Frank, da Franco, gran  picchiatore, Gigio, da Ambrogio, il ciccione che ama fare enormi cacche sopra macchine tirate a lucido e Tore, da Salvatore, l’amico del cuore di Giovanni,  che s’incanta davanti alla goccia d’acqua della fontana, s’incanta per la luce del tramonto, s’incanta e basta. Giovanni è l’unico del gruppo che rifiuta il diminutivo, lo fa  per difendere il nome del nonno Giovanni, piccione viaggiatore, lo fa per rispetto delle sue radici. Alex vuole formare una banda per prendersi piazza del Duomo. I cinque decidono di provarci di sabato, riescono a farsi fotografare sulle braccia dei turisti giapponesi prima che inizi una rissa micidiale con i piccioni della piazza. Alex un po’ malconcio, vorrebbe ritornare in piazza il sabato successivo, per farla sua, Giovanni no, lui  non vuole passare la vita a farsi fotografare, Giovanni vuole volare. Dopo vari tentativi, ci riesce. Con grande fatica, con grande emozione, sotto lo sguardo ammirato di Bianca una piccioncina tutta bianca che sembra una colomba. Per Alex è troppo: è troppo che Giovanni sia riuscito a volare, che abbia catturato lo sguardo e l’ammirazione di tutti gli altri, compreso quello della bella Bianca, Alex non sopporta che qualcuno non gli obbedisca e  sfida Giovanni al terribile gioco del pollo, un gioco di massacro e di morte dove Alex, Frank, Gigio, Tore e Giovanni devono appollaiarsi sulle rotaie del tram e rimanerci fino all’ultimo, fino a quando il tram è vicino,  così vicino da poterli falciare. A una tragedia annunciata, segue poi il cammino doloroso di Giovanni che, rimasto solo, rinuncia al suo sogno di volare e decide che  camminerà fino a consumarsi le zampe. Cammina e arriva alla discarica dove incontra un vecchio e saggio piccione che lo incoraggia: “vai Giovanni, vola, fai questo volo che è tanto tempo che non lo fa più nessuno. Fallo per te, fallo per tutti i tuoi fratelli. Loro hanno bisogno di sapere che si può fare!” Giovanni si rianima, riprende il suo sogno e ritenta. Riesce a volare, vola come nessuno ha mai fatto e tutti, col becco all’aria, compresi i polli operai alla catena di montaggio, seguono la sua traiettoria, “per seguire un orizzonte ancora possibile dove andare a volare,  anche se il volo per ognuno è diverso perché tanti sono i destini nelle mappe dei cieli”. 

Giovanni Livigno  è stato scritto e magistralmente interpretato da Roberto Anglisani, classe 1955 che da Taranto dove nasce, si sposta a Milano dove, nel 1977, inizia a fare l’attore. Studia prima alla scuola di teatro del maestro argentino Raul Manso, poi con Dominique De Fazio, dell’Actor Studio di New York e continua con Marco Baliani.

“Anche Marco Baliani viene dal teatro ragazzi, dal gruppo Ruotalibera di Roma,  insieme abbiamo lavorato molto,  sono con lui in tutti i suoi spettacoli, io faccio per i ragazzi quello che Baliani fa per gli adulti. In comune abbiamo anche la stessa regista Maria Maglietta. Giovanni Livigno l’avrò fatto almeno duecentocinquanta volte,  davanti a intere classi di bambini. La settimana scorsa a Reggio Emilia, al teatro della Cavallerizza, c’erano trecento bambini delle medie, c’era persino un bambino sordo, incantato, non avrei mai creduto che riuscissi a raccontare questa storia anche a lui. Il silenzio che mi si fa intorno quando racconto Giovanni Livigno è un silenzio carico di energia, generoso, bellissimo.”

Quando entra in scena, Roberto Anglisani entra dalla porta del teatro dove passano gli spettatori e rimane in piedi, a metà sala, a luci accese, a guardarsi intorno, con ancora il cappotto e gli occhiali. Quando sale sul palco le luci sono ancora accese, si presenta, spiega perché non c’è scenografia nel suo spettacolo, perché le immagini, dice, bisogna formarle nella testa, racconta che del suo spettacolo gli piacerebbe fare un film ma è sicuro che gli spettatori lo vedranno da soli quel film, ognuno vedrà il proprio. Quando si fa buio,  lui è sul palco, vestito dalla testa ai piedi di grigio piccione con un cappello da aviatore in testa ed è Giovanni ed è Alex e Frank e Gigio e Tore incantato ed è anche Bianca e poi torna Giovanni Livigno. Anglisani trasmette entusiasmo e poi lo raccoglie, a fine spettacolo, attraverso lunghissimi applausi dalle mani  dei bambini e da quelle che si spellano dei loro genitori.

Brunella Lottero

Recensione stampa – da “Lagazzetta di Parma”

“… una sorta di tuta in sfumature grigie… ampia… le mani che possono sparire dentro… una cuffia tipo aviatore… dei gesti e una camminata da uccello metropolitano che ha perso l’abitudine e la leggerezza del volo vasto, libero… quello possibile solo in cieli puliti. 

Milano. La grande metropoli. Giornate qualsiasi, incontri tra amici, chiacchere, nuove perlustrazioni. Come tanti adolescenti inquieti, desiderosi di avventure… capaci anche, all’improvviso di innamorarsi. Le abitazioni-grondaie. I fili della luce. Il mercato. Ricordi di quando si era piccoli, quando si giocava solamente e le giornate sembravano brevi. La crescita: ai piccioni cosa succede? Qualcosa di molto simile ai ragazzi. Metamorfosi : per Frank, Gigio, Alex e anche per Giovanni. Solo Tore era rimasto minuto, sempre pronto lui a incantarsi di fronte ai piccoli eventi, situazioni insignificanti. Giovanni detto Giò, era il più veloce. Si ride spesso nello spettacolo, con simpatia, coinvolgimento, tenerezza. Lotte per il territorio, patatine e merendine, luoghi d’incontro, gli scherzi… Buffa la scena del matrimonio con quel gran velo rimasto impigliato che volteggia nell’aria… L’incontro con Bianca. Il rischio di precipitare. L’emozione dell’innamoramento. Il tempo che riprende a correre veloce, come quando si era piccoli : nella sola gioia di stare con lei. Piazza del Duomo. Le foto. Un attacco di aggressività. La prova di coraggio, “il gioco del pollo” : sulle rotaie del tram. La morte di Tore! Aveva un senso quella gara? Un amico carissimo che non c’è più! Giovanni Livigno fugge. Senza sapere dove andare. Né perché. Il sogno. Riprendere a volare come si poteva un tempo. La discarica. L’incontro con il vecchio piccione saggio. E’ possibile credere ancora di poter costruire la propria vita, diversamente. “Perché tanti sono i destini nelle mappe dei cieli”.

Molto bravo Roberto Anglisani, da solo in scena. Molti gli applausi, per un’interpretazione difficile di grande qualità. Maria Maglietta firma la regia di grande intensità espressiva e formale. “

Valeria Ottolenghi

PERCHE’ SOGNARE SI PUO’….. I RAGAZZI DELLE SCUOLE MEDIE A TEATRO CON “GIOVANNI LIVIGNO”

Quando ho contattato Roberto Anglisani, autore ed attore di Milano assai noto nel campo del teatro per ragazzi, avevo l’obiettivo ben preciso di regalare agli studenti della scuola media inferiore di Tirano, città dove abito ormai da molti anni, l’occasione di assistere ad un’opera teatrale che li facesse riflettere sugli aspetti problematici della loro età. E’ nato tutto così, grazie ad una di quelle idee che spesso mi “ronzano” per la testa, un po’ anche per “deformazione professionale”(ho insegnato per molti anni): stimolare i giovani a trovare piena consapevolezza del loro essere parte viva ed attiva nella società. E se un anno e mezzo fa grande è stata la soddisfazione di riunire a Morbegno mille studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori per parlare degli anni del terrorismo e delle stragi in Italia, altrettanto valida ed entusiasmante è stata l’esperienza di invitare ragazzi più giovani al bellissimo spettacolo “Giovanni Livigno”, monologo magistralmente interpretato dall’Anglisani, liberamente ispirato al più famoso “Gabbiano Jonathan Livingstone”. Progetto, quest’ultimo, pienamente condiviso e generosamente finanziato dalla Comunità Montana di Tirano che, unitamente alla cooperativa “Lotta contro l’emarginazione”,  lo ha esteso anche agli istituti di Villa di Tirano, Grosio e Grosotto.  Dunque, il protagonista di quest’opera, il piccione Giovanni Livigno, vive con il suo gruppo di amici volatili alla periferia di una grande città, in un tempo scandito da regole e ritmi sempre uguali: tettoia del bar, caccia ai resti di cibo sui marciapiedi, tiro al parabrezza pulito, spedizioni alla piazza del mercato. Fino a quando, per uscire dalla noia, il branco si inventa un gioco pericoloso: la gara a chi resiste di più fermo sui binari con il tram in arrivo. Perderà la vita il più fragile dei cinque, l’amico d’infanzia di Giovanni, e questo farà scattare la molla per cui quest’ultimo, già dotato di una sensibilità completamente diversa da quella degli altri, si ribellerà alle logiche del gruppo e, grazie ai consigli di un maestro incontrato alla discarica, finalmente raggiungerà il suo sogno: volare, vincendo la paura e andando incontro al proprio destino.Un’ora di monologo a ritmo serratissimo, grazie ad una mimica ed espressività eccezionali: Roberto Anglisani, cattura l’attenzione del pubblico. Il testo è forte, difficile, talvolta anche divertente, e i ragazzi lo seguono, riescono ad immedesimarsi nei personaggi… Un calorosissimo applauso, al termine, e poi, come d’incanto, la tensione si smorza e  poco alla volta, questi piccoli/e grandi uomini/donne, cominciano a “sdoganarsi”, a liberarsi da quella corazza mista di timidezza, pudore, insicurezza, che caratterizza la loro fragile età, e alzano le mani, e vogliono anche loro raccontare di “quella volta che” non sono stati capiti dal gruppo,  magari sono stati umiliati ed esclusi solo perché la pensavano diversamente e non si uniformavano alle logiche del branco… Non è facile parlare di sé davanti a duecento, trecento compagni (questi i numeri degli studenti per ognuno dei tre spettacoli), pronti sempre e comunque a giudicarti, ma il fatto che alcuni siano riusciti a tirar fuori il proprio disagio, è stato per me una grande vittoria e la riprova che i nostri ragazzi hanno bisogno, ci chiedono di essere ascoltati, di essere incoraggiati nel non demordere dal rimanere “individui”, al di là delle tendenze della “massa”, dal perseguire i propri sogni, perché sì, proprio questi, e lo dovremmo ricordare ogni giorno anche noi adulti, sono la nostra vera forma di libertà.  

Francesca Peroni


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